Thundersnow. Questo il nome dell’evento atmosferico che decide di abbattersi nottetempo su una Venezia che si avviava a celebrare degnamente il proprio sabato di Carnevale. Lampi, tuoni e una coltre di nevischio fanno da contorno assai poco opportuno al tradizionale giro per calli e campielli alla ricerca della maschera più originale.

Nonostante quindi le condizioni non siano delle migliori, l’effetto prevendita ed il prezzo non propriamente popolare assicurano all’evento un sostanzioso afflusso già dalle prime ore. Il party in questione si intitolava “Celebrating with you | Carnevale di Venezia 2013“: la line-up veniva suddivisa tra una main room con i Vagabundos della Cadenza ed un second stage con alcuni validissimi nomi locali (off topic, onore al maestro Giuliano Veronese che ha messo su il Dixon Edit di Compurhythm).

La struttura è l’imponente scenario post-industriale del DOC 107 all’isola del Tronchetto. In teoria siamo a Venezia, ma di fatto la lunga scarpinata da Piazzale Roma, o l’essere arrivati direttamente in macchina, rendono la location assai poco serenissima. Poco male: una volta entrati si è presto catapultati nella atmosfera da festival che fa dimenticare il freddo appena patito.

Sono appena le undici e mezza e si già vede il piacente Argy scaldare la folla con una manciata di dischi di buona intensità, una sorta di techno rallentata che lascia poco spazio all’immaginazione. Il dj e produttore greco Argyris Theofilis tornerà anche in seguito nel corso della serata, a pista decisamente più riempita.

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Intorno alla mezzanotte tocca ai Digitaline con il loro live, la cui configurazione non sembra nulla di che: un doppio Mac (da cui non staccano le mani) e nessuna appendice particolare, e.g. una “effettiera”, un controller od equipollenti. Qualche sbalzo di volume, e più in generale un set che non spiegava perché fossero lì in due, fanno della loro una performance complessivamente piuttosto sotto tono, nonostante il duo si proponesse ad un livello un po’ più elettronico di quello che pareva essere il mood della serata.

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Dopo il momentaneo e molto energico come-back di Argy, arriva il turno del viveur tedesco Cesar Merveille (di recente collaborazione con Ryan Crosson nel disco DRM), che alza un po’ il ritmo riuscendo anche a spruzzare qualche graditissimo elemento jazz. Inizia in questo senso ad intravedersi quella che è la direzione della serata, una house molto techy e sbarazzina con rapide incursioni di loop di altri generi, senza sconvolgimenti ma sicuramente con un effetto molto particolare e, a tratti, davvero suggestivo.

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Si son fatte le 02:35 ed ecco che arriva l’attesissima discesa in campo del main performer della serata: mr. Lucien Nicolet, per gli amici Luciano. E di amici deve averne veramente tanti, considerato l’affollamento della consolle sin dal momento in cui fa la sua comparsa, degnamente annunciata dal visibilio del dancefloor e dagli scenograficissimi arnesi che sparano stelle e cuori sulla pista. Qui sotto un’ampia video-testimonianza dell’opening moment.

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Facciamo un paio di passi indietro, raccontandovi brevemente chi è Luciano e chi sono i c.d. Vagabundos. L’artista in questione, per il solo fatto di essere svizzero e cileno allo stesso tempo, unisce magistralmente in sé la proverbiale precisione elvetica ad un’anima latina, che al mixer si traduce in una combo irripetibile di ritmo e perizia tecnica.

La risalente amicizia con il maestro Yoda Ricardo Villalobos ha fatto il resto, introducendolo negli ambienti di rilievo del Sudamerica prima del ritorno trionfale in Europa: il risultato inevitabile è un dj che da almeno sei-sette anni a questa parte è assolutamente tra i più ricercati del globo per il suo sound inconfondibile e la sua vocazione da trend-setter.

Il primo elemento nasce da un’esigenza di rinnovamento che la moderna tecnologia ha imposto, e che lo stesso Richie Hawtin, nel suo genere, ha riconosciuto (dice infatti “now I can focus my attention on the looping“). In sostanza il discorso è il seguente: “Se Traktor (o simili) mi permette di mettere a tempo le tracce, perché non proporre qualcosa di diverso, suonando due-tre pezzi nello stesso momento, gestendo il tutto con quello che il mercato mette a disposizione?

Doverosa premessa (come per Picasso, che prima di fare le sue Demoiselles sapeva dipingere come Raffaello), l’avere un pedigree tale da non dover dimostrare a nessuno di potersi esibire da un momento all’altro in una impeccabile vinyl session lunga a piacere. Ovverosia: se sai farlo, puoi permetterti di fare qualcos’altro.

In questa invidiabile condizione si trova il cosmopolita Luciano, che ad un certo punto della sua carriera decide quindi di cambiare registro e di suonare in assetto 4-tracks display e doppio controller X1, sì da poter gestire in sincrono una o più basi con tutta una serie di loop che le cavalcano. Questa impostazione dà vita ad un vero e proprio show, nel quale non tutto è fatto sul momento, chiaramente, ma esiste comunque una componente di improvvisazione che aggiunge una dimensione inaspettata ed ulteriore rispetto ad un tradizionale djset.

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Stessa preoccupazione, ovvero quella di integrare il fenomeno musicale con altri possibili strati, sta alla base del progetto Vagabundos. Nata nel 2010 come resident night al Pacha di Ibiza, la serata è poi divenuta itinerante in tutto il mondo, come da propria fondamentale ispirazione. Lo stile, che anche ieri ha influenzato ampiamente il dress code dei presenti (complice il fatto che fosse carnevale, forse..), è quello zingaresco / circense, rivisitato in chiave elegante (un po’ alla film di Guy Ritchie) e simboleggiato da un cilindro nero che fa da tràit d’union tra il mondo della magia ed quello gipsy.

Un po’ come dire che la house, tech o deep che sia, non basta da sola a creare l’ambientazione perfetta per una serata indimenticabile. Bisogna aggiungere roba. Se il contorno d’abbigliamento fa più che altro folklore e non incide sulla qualità della proposta musicale, al contrario l’elemento creativo e caratteristico del set di Luciano contribuisce eccome a rendere le feste Vagabundos uniche nel loro genere.

Come non apprezzare il tributo ai Saint Germain che viene proposto in una vera e propria ensemble di tre pezzi che trascende vistosamente il genere tech. Non stiamo certo dicendo che Luciano sia un jazzista, o la reincarnazione elettronica di Miles Davis o John Coltrane, niente di tutto questo: solamente che, per il solo fatto di saper proporre elementi eterogenei alla house mantenendo comunque altissimo il livello dell’intrattenimento, il viandante ginevrino merita sicuramente il successo che sta riscuotendo in giro per il mondo.

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Dal punto di vista delle produzioni, abbastanza recente è l’uscita (ovviamente sulla sua Cadenza) dell’EP Rise of Angel, qui sotto proposto in versione decisamente arricchita, a beneficio di un pubblico che con il passare dei minuti era divenuto ormai prostrato e adorante: qui si tratta sicuramente di uno dei picchi del set.

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Non poteva poi mancare il richiamo al pezzone del passato Love Dose, che a quasi otto anni dal lancio viene riproposta, stavolta non più nella versione minimal, ma in un re-edit potenziato e senz’altro fatto al momento, grazie al sapiente dosaggio dei vari loops del pezzo originale.

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La serata sia avvia al suo epilogo con un’altra manciata di disconi, che trascinano il dancefloor dalle Alpi alle Ande in un’alternanza continua di percussioni e melodia; quando il livello di gasamento collettivo è alle stelle, ecco che arriva inesorabile il momento dei saluti, con gli invadentissimi laser che si prendono il definitivo congedo.

Su le luci, ultimi spari e sipario su Luciano; non è un malriuscito anagramma ma solo la sostanza di quanto accade in chiusura di questo evento di Carnevale.

Gli elementi chiave sono quindi sufficientemente delineati: grande intensità, sovrapposizione continua di tracce, nessuno spazio vuoto e tanti richiami extra-house, dal jazz finanche alla scena indie/alternative (celeberrime le sue versioni live di Lady Luck e Creep): tutto questo proposto con un atteggiamento di grande feeling con la pista, con la consolle sempre stracolma di gente e con, più in generale, una attitudine latina che va ben oltre il semplice “avere il ritmo nel sangue“.

Si crea quindi una certa commistione tra lo stile scelto per il party itinerante dei Vagabundos e la musica che questi djs nomadi suonano: essa è infatti come il vestiario di scena, che nonostante l’atteggiamento dichiaratamente scanzonato ed acrobatico, risalta per gusto e cura del dettaglio.

Un manifesto estetico a trecentosessanta gradi dunque, un’idea di festa che è anche inevitabilmente lifestyle: girare il mondo, farsi influenzare, assaggiare tutto e portare sempre con sé qualcosa del proprio tour artistico.

E chi meglio di Luciano, techno-eroe dei due mondi, poteva farsi pioneer di questa filosofia?

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