JAMIROQUAI live @ HYDROGEN LIVE LOVE FESTIVAL

Posted by fr!ends On luglio - 24 - 2011
Tanta era l’attesa per l’arrivo in Italia dei Jamiroquai, band inglese di quasi ventennale esperienza, da tutti associata univocamente al cantante e showman Jason Kay. Per la prima delle tre date nel Belpaese, accorsi a Piazzola sul Brenta circa diecimila fans di tutte le età e foggie, uniti dall’unico intento di ballare ripercorrendo i due decenni di hits del gruppo.
L’incantevole cornice  di questo come degli altri eventi targati Hydrogen Live Love Festival, è quella dell’anfiteatro Camerini, il grande emiciclo prospicente la palladiana Villa Contarini.
Jay Kay Piazzola sul Brenta
Il concerto inizia poco dopo le 22, aperto dal brano che a sua volta apre e dà il nome all’ultimo lavoro, Rock Dust Light Star, e la platea inizia a riscaldarsi sulle tastierine molto smooth del pezzo. Il primo dei singoli storici che Jay propone è Cosmic Girl con l’inconfondibile chitarrina che proietta la piazza nel groove più totale. Sul palco, oltre a Jay Kay, un bassista sosia di Sting, chitarrista, batterista, percussionista, tastierista, tre coriste e tre fiati: il risultato è logicamente un sound corposo e sfaccettato, con il ritmo che incalza sempre e sempre si trasforma, andando a lambire una quantità sconfinata di generi musicali.
Il progetto nasce infatti con sonorità acid-jazz (il nome peraltro della prima etichetta), poi vira verso il funk, la disco, sempre aperto a contaminazioni ma in ottica marcatamente pop. La ricetta del successo, quantificato nei quasi 30 milioni di copie vendute nel mondo, che hanno trasformato il ventenne Jason da ragazzino problematico a viveur che fa collezione di auto sportive e copricapi eccentrici. Tutto il percorso artistico riemerge nel proseguo del concerto, che propone qualche nuovo pezzo ma soddisfa i fan con i classici, tra cui le riarrangiate Feels Just Like It Should e Canned Heat, l’immancabile Little L, High Times e il manifesto Love Foolosophy.
Molti dei brani vengono suonati con una certa coda di divagazioni ritmiche, a tratti anche con sound latini e bossanova: mentre il leader raccoglie, autografa e rende le t-shirt lanciate sul palco, la folla incamera le rotondissime linee di basso e non può far altro che ballare. Durante tutto lo spettacolo, il frontman è letteralmente padrone della scena, quasi dirigendo l’orchestra che alle sue spalle ne esegue i brani ed esaltando con le sue movenze il pubblico di fronte a sè.
L’atmosfera 70′s di Alright e la colossale, godzilliana Deeper Underground precedono la pausa e la chiusura, con l’ultimo trascinante successo White Knuckle Ride. Chi si aspettava un Runaway, un Virtual Insanity o un Seven Days in Sunny June resta a bocca un po’ asciutta: del resto le numerose code di jamming hanno fatto correre l’orologio, che impietoso segna quasi mezzanotte.
Il bilancio di questo tipo di concerti è sovente lo stesso a prescindere dalla band: si pretende (forse anche a ragione, visti i 40 euro del biglietto) almeno la carrellata dei pezzi più famosi, sperando in uno spettacolo che lambisca o superi le due ore, ma si è sempre puntualmente delusi (nello specifico, anche perché la scaletta diffusa in fase promozionale parlava di 19 brani contro la dozzina suonati).
Resta per tutti però una massiccia quantità di quel groove genuino, quello fatto da cassa bassone e chitarrina, che scorre nelle vene e difficilmente si smaltisce: Jason “Jay” Kay si conferma profeta e alfiere di questa sempre attuale philosophy.
f.r.
Immagine anteprima YouTube

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